L’INDICE DI SVILUPPO UMANO (ISU)
Prima di parlare di sottosviluppo occorre definire ciò che si intende per sviluppo. Nel passato il termine ha assunto diversi significati, divenendo di volta in volta sinonimo di “progresso culturale”, “modernizzazione”, “industrializzazione”, “crescita economica”. In tempi recenti si è pensato di misurare lo sviluppo in base al PIL. Il PIL, che rappresenta la ricchezza (in beni e servizi) prodotta in un anno in un determinato territorio, è un dato che si riferisce unicamente alla crescita economica. Che sia inteso come valore totale piuttosto che come distribuzione media del reddito (PIL pro-capite), esso non appare comunque un indice significativo dello sviluppo di uno stato. Infatti potrebbe risultare elevato anche il PIL di uno stato dove accanto a pochi cittadini molto ricchi vivessero moltissimi cittadini poveri, il cui livello di vita, in realtà ben lontano dalla media, sarebbe falsato da quello dei cittadini ricchi.
A partire dal 1993 le Nazioni Unite hanno deliberato di adottare un diverso indice, l’ISU (in inglese: HDI-Human development index), elaborato da un economista pakistano, Mahbub ul Haq. L’ISU non tiene conto solo della ricchezza economica, ma anche di altri fattori (distribuiti in modo meno disuguale di quanto potrebbe essere il reddito), come l’alfabetizzazione e la speranza di vita. Esso in pratica rileva i risultati medi raggiunti da un paese riguardo a tre aspetti fondamentali dello sviluppo umano:

· una vita lunga e sana, misurata dall’aspettativa di vita alla nascita;
· l’istruzione (alfabetizzazione degli adulti, scolarità complessiva);
· condizioni di vita dignitose, misurate dal Pil pro-capite (in dollari).

La scala dell’indice è in millesimi decrescente da 1 a 0 e, dal 2010, suddivide i paesi in quattro gruppi, in base al quartile in cui rientrano:
· primo 25% dei paesi: paesi a molto alto sviluppo umano;
· dal 25% al 50% dei paesi: paesi ad alto sviluppo umano;
· dal 50% al 75% dei paesi: paesi a medio sviluppo umano;
· ultimo 25% dei paesi: paesi a basso sviluppo umano.


Nel 2011, secondo il rapporto sullo sviluppo umano, ai primi dieci posti si collocavano Norvegia (0,938), Australia (0,929), paesi Bassi (0,910), stati Uniti (0,910), Nuova Zelanda (0,908), Canada (0,908), Irlanda (0,908), Liechtenstein (0,905), Germania (0,905) e Svezia (0,904). L’Italia si trovava anch’essa nel primo quartile (quello comprendente i paesi a molto alto sviluppo umano), al 24° posto, con un indice pari a 0,874. Gli ultimi posti erano tutti occupati da paesi africani e precisamente da Mozambico (0,322), Burundi (0,316), Niger (0,295) e Repubblica democratica del Congo (0,286).

Stati a basso sviluppo umano (2011)

TERZO E QUARTO MONDO, SUD DEL MONDO
Quando si parla di paesi sottosviluppati spesso si fa ricorso a espressioni quali “Terzo mondo”, “Quarto mondo”, “Sud del mondo”. Vediamo il perché.
L’espressione “Terzo mondo” fu coniata verso la metà del secolo scorso, ai tempi della Guerra Fredda, da un economista francese, in analogia con il Terzo stato, la classe sociale che, ai tempi della Rivoluzione francese, lottò contro i privilegi della nobiltà e del clero. Il Primo mondo e il Secondo mondo erano costituiti dai paesi avanzati rispettivamente a economia capitalista e a economia socialista.
In seguito ci si è resi conto che anche il Terzo Mondo si era venuto differenziando in due gruppi distinti di paesi: da una parte gli stati (come alcuni stati petroliferi arabi) con consistenti ricchezze naturali a disposizione e di conseguenza economicamente avvantaggiati, dall’altra i paesi del cosiddetto Quarto Mondo, privi di risorse naturali, flagellati dalla fame e dalla miseria. In tempi ancora più recenti alcuni studiosi, per distinguere i paesi più ricchi da quelli più poveri, hanno utilizzato le espressioni Nord e Sud del Mondo, in quanto la maggior parte dei paesi sviluppati si trova nell’emisfero settentrionale, mentre quelli sottosviluppati sono concentrati nella fascia intertropicale e nell’emisfero meridionale (con qualche eccezione, come ad esempio il Sudafrica, l’Australia e la Nuova Zelanda).

CARATTERISTICHE DEI PAESI SOTTOSVILUPPATI
I paesi sottosviluppati, quelli con l’ISU compreso nell’ultimo quartile, hanno per lo più le stesse caratteristiche:
– hanno un’economia arretrata, basata soprattutto sull’agricoltura;
– dipendono per l’industria e la tecnologia dai paesi sviluppati, perché il loro settore secondario si limita a una rudimentale lavorazione delle materie prime;
– possiedono infrastrutture, vie di comunicazione e reti di telecomunicazioni scarse e inefficienti;
– hanno rare e carenti strutture sanitarie, condizioni igieniche precarie e di conseguenza basse aspettative di vita;
– hanno livelli molto alti di analfabetismo;
– sono indebitati fortemente con i paesi ricchi e contano politicamente pochissimo a livello internazionale.
L’aspetto principale che distingue la popolazione dei paesi sviluppati da quella dei paesi sottosviluppati è indubbiamente la diversa disponibilità di alimenti. Nei paesi ricchi dove la popolazione aumenta assai lentamente e l’agricoltura, grazie alla tecnologia, ha un’alta capacità produttiva, gli uomini dispongono di una quantità di alimenti superiore ai loro bisogni, perciò una buona parte viene immagazzinata e destinata al commercio internazionale. Nei paesi poveri, invece, la popolazione aumenta in modo spesso vertiginoso e l’agricoltura produce pochissimo, così molta gente soffre la fame. La popolazione dei paesi sottosviluppati continua a crescere perché altissimo è il tasso di natalità. Questo è conseguenza sia dello scarso utilizzo di strumenti di controllo delle nascite, sia dell’alta mortalità. Infatti nelle civiltà contadine fondate sul lavoro delle braccia, avere molti figli vuol dire anche sperare che almeno qualcuno diventi adulto e possa prendersi cura dei genitori.
L’agricoltura produce poco perché praticata con mezzi primitivi e poco efficienti su terreni che spesso, per la carenza d’acqua legata alle condizioni climatiche, sono aridi e poco produttivi.
La FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite che studia i problemi dell’agricoltura e dell’alimentazione nel mondo, ritiene che nel mondo quasi 900 milioni di persone siano in uno stato di forte denutrizione e che circa 40-50 milioni di individui ogni anno muoiano per fame, soprattutto tra i più deboli, cioè i bambini e gli anziani. La maggioranza di queste persone muore per sottoalimentazione e malnutrizione, a causa cioè di una dieta povera e squilibrata, perché basata in prevalenza sui cereali e carente di vitamine e proteine.

fame
La sottoalimentazione indebolisce l’organismo e favorisce la diffusione di malattie infettive e non, tra cui anche quelle, come la lebbra e la malaria, da tempo scomparse nei paesi sviluppati. Ai problemi dovuti alla sottoalimentazione, poi, si uniscono quelli legati alla scarsa igiene, alla carenza di acqua potabile e alla inadeguatezza delle strutture sanitarie (pochi sono gli ospedali e pochi i medici), con la conseguenza che milioni di persone ogni anno muoiono prematuramente in vaste zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.
Quando si è tormentati dalla fame e dalla miseria non si sente la necessità di istruirsi o di fare istruire i propri figli. Nei paesi sottosviluppati è quindi molto diffuso l’analfabetismo. D’altronde le minoranze dei ricchi e dei privilegiati hanno tutto l’interesse a mantenere nell’ignoranza la popolazione più povera, perché chi non conosce i propri diritti e non ha cultura non sa farsi valere, ma si lascia sfruttare, accettando senza ribellarsi lavori scarsamente pagati. Sono centinaia di milioni i ragazzi che per una ragione o per l’altra non possono frequentare la scuola, o che l’hanno abbandonata prima di imparare a scrivere e a leggere correttamente. Sono più di 100 milioni nel mondo i bambini costretti a lavorare, spesso in stato di sfruttamento.
Molti abitanti dei paesi sottosviluppati, per sfuggire alla miseria, emigrano verso i paesi sviluppati, dove solitamente finiscono per svolgere, quando li trovano, quei lavori gravosi e poco remunerativi che risultano sgraditi ai cittadini degli stati sviluppati.

CAUSE DEL SOTTOSVILUPPO
Le cause del sottosviluppo sono molteplici e possono essere distinte in interne ed esterne.
Tra le cause interne dobbiamo porre innanzitutto le sfavorevoli condizioni ambientali, in particolare climatiche: è questo il caso ad esempio dell’Africa subsahariana, flagellata da lunghi periodi di siccità. Il clima sfavorevole, però, non basta a spiegare il sottosviluppo; infatti ci sono paesi del Terzo Mondo situati in regioni favorevoli all’agricoltura e paesi ricchi, come ad esempio l’Olanda, che hanno dimostrato di saper produrre ricchezza anche in condizioni naturali sfavorevoli.
Un’altra causa interna del sottosviluppo è il forte incremento demografico di queste popolazioni, che rende vano ogni aumento della produzione agricola e fa sì che molta gente soffra la fame.
Altre cause interne sono di carattere sociale e politico. Molti stati sottosviluppati infatti presentano profonde disuguaglianze economiche tra una minoranza privilegiata, proprietaria di terra e capitali, e una massa enorme di contadini poveri; questi stati inoltre spesso sono in guerra tra loro e sono retti da regimi dittatoriali che sono l’espressione di queste minoranze ricche, perciò la popolazione più povera è costretta ad accettare con la forza la propria miserevole condizione.
Tra le cause esterne, le principali senza dubbio vanno ricercate nei rapporti che questi paesi hanno avuto negli ultimi secoli con gli stati più ricchi del mondo e cioè nel colonialismo e nel neocolonialismo. Quasi tutti gli attuali paesi sottosviluppati, infatti, sono stati in passato colonie europee e, per molto tempo, le loro ricchezze sono state sfruttate dagli stati colonizzatori. Inoltre il colonialismo non ha favorito la formazione di una classe borghese attiva e intraprendente, simile a quella europea, ma ha rafforzato il potere delle poche persone privilegiate del posto che vivevano sfruttando la massa dei contadini.

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Anche dopo la fine del colonialismo, i paesi ricchi e industrializzati, approfittando della propria superiorità tecnologica ed economica, hanno mantenuto rapporti commerciali favorevoli alla loro economia e spesso hanno continuato a controllare e a sfruttare le ricchezze agricole e minerarie dei paesi poveri. Così capita ad esempio che un paese ricco, alla ricerca di materie prime, forza lavoro a basso costo e mercati per le proprie produzioni, imponga a uno stato del Sud del mondo la coltivazione di prodotti che poi compera a un prezzo molto contenuto e venda poi a quello stesso stato i propri prodotti finiti a un prezzo molto elevato.
Negli ultimi decnni, inoltre, alcuni stati, ad esempio in America Latina, hanno avviato un processo di industrializzazione e di sviluppo economico, ma per fare ciò hanno dovuto richiedere prestiti alle banche dei paesi più ricchi; oggi molti di essi non riescono più a pagare non solo i debiti, ma addirittura i rilevanti interessi che sono maturati: così è aumentato ulteriormente il rapporto di dipendenza economica che lega il Terzo Mondo ai paesi più sviluppati.

POSSIBILI SOLUZIONI AL PROBLEMA DEL SOTTOSVILUPPO
Per uscire dal sottosviluppo occorre che i paesi interessati dal problema si convincano della necessità di cambiare e si diano da fare contando innanzitutto sulle proprie forze, in quanto un vero sviluppo non può essere imposto dall’esterno.
Bisognerebbe, ad esempio, che i governi locali agissero sulle cause del sottosviluppo provvedendo a:

– attuare il controllo delle nascite, seguendo la strada inaugurata dalla Cina e, anche se con minor rigore, dall’India, per far rallentare l’incremento demografico;
– accrescere la produzione agricola, utilizzando per esempio le biotecnologie;
– non farsi coinvolgere in guerre e di conseguenza diminuire le spese militari, perché ci siano una situazione politica ed economica meno drammatica e maggiori risorse a disposizione;
– operare processi di democratizzazione, perché gli elettori possano vigilare sugli episodi di spreco e di corruzione;
– attuare riforme agrarie, in modo da eliminare i forti contrasti esistenti tra pochi grandi latifondisti e la massa dei contadini senza terra;
– lottare contro l’analfabetismo, perché solo con la diffusione dell’istruzione ogni uomo potrà partecipare pienamente alla vita sociale del proprio paese e impegnarsi a migliorarla, eliminando le ingiustizie economiche e sociali.

I paesi sviluppati, dal canto loro, e in primo luogo quelli la cui ricchezza è stata ed è tuttora prodotta dallo sfruttamento economico delle regioni sottosviluppate, hanno il dovere di cercare di risolvere il problema.
In effetti, in questi ultimi decenni, molti paesi ricchi, sotto la spinta delle organizzazioni dell’ONU, come la FAO e l’UNESCO, hanno attuato politiche di aiuto nei confronti delle popolazioni dei paesi sottosviluppati. Ciò è avvenuto in particolare nella forma dei soccorsi immediati, con l’invio gratuito di cibo e medicinali.
Questi soccorsi danno un sollievo temporaneo, ma non risolvono di certo il problema, che, una volta consumati gli aiuti, si presenterà nuovamente.

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Di maggiore utilità sono le forme di cooperazione internazionale (finanziamento di progetti, donazioni di beni, campagne di vaccinazione,…) , in particolare quelle volte a insegnare alle popolazioni dei paesi sottosviluppati l’utilizzo di tecnologie adeguate alle esigenze locali. Alcune organizzazioni non governative, ad esempio, hanno avviato in alcune aree arretrate microprogetti gestiti dalla popolazione del luogo capaci di creare uno sviluppo duraturo.
I paesi ricchi dovrebbero procedere inoltre alla cancellazione del debito estero dei paesi poveri, perché il pagamento degli interessi sui crediti concessi negli ultimi decenni assorbe i pochi profitti provenienti dalle esportazioni dei paesi in via di sviluppo. A proposito di scambi economici, inoltre, sarebbe bene realizzare forme di commercio equo e solidale, in modo che non siano più i mercati del Nord del mondo a stabilire i prezzi delle materie prime e dei prodotti agricoli dei paesi del Sud del mondo. In generale, poi, occorrerebbe provvedere alla liberalizzazione del commercio, eliminando le barriere protezionistiche che non facilitano l’esportazione dei prodotti dei paesi sottosviluppati.
Nel nostro piccolo, anche noi, privati cittadini del Nord del mondo, possiamo contribuire alla lotta contro il sottosviluppo, ad esempio acquistando prodotti del commercio equo e solidale e boicottando invece le merci delle aziende che si arricchiscono sfruttando le risorse e la manodopera dei paesi poveri.

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